Si tratta di una riflessione psicosociale sulla trasversalità sociale generata dall’emergenza COVID-19.Da quando l’emergenza COVID-19 è arrivata in Europa, è emerso uno spaccato sociale che si è andato definendo in maniera sempre più netta man mano che sono entrate in vigore le direttive dei Governi Europei.
Da una parte ci sono persone che hanno reagito chiudendosi in casa e attenendosi con grande scrupolosità alle norme. Alcune di queste si sono isolate solo dopo aver svaligiato i supermercati, altre vivono in costante contatto con i siti d’informazione e pronte a condividere una qualsiasi notizia contenente nel titolo “Coronavirus”.
Dall’altra parte persone che invece hanno manifestato o ancora oggi manifestano una sostanziale difficoltà al rispetto delle disposizioni in vigore (pensiamo alla fuga dalle città avvenuta non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Francia).
Due parti che in questi giorni stiamo sentendo dialogare/discutere, ognuna con le proprie ragioni: Ci sono i sostenitori del:”Perché c’è ancora gente che gira per le strade nonostante il bombardamento mediatico e social in cui si invita la popolazione a “Restare a casa”?”, “Perché la chiusura eccezionale delle scuole (in un periodo in cui non è Natale, Pasqua, né tanto meno estate) ha fatto sì che molte famiglie decidessero di partire per le vacanze?”, “Perché in diversi paesi europei la decisione dei Governi di chiudere i confini, al fine di prevenire la diffusione del virus, ha spinto centinaia di persone ad affollare le stazioni per lasciare le città?”.
E poi i difensori del: “È possibile uscire per fare una passeggiata l’importante è mantenere le distanze di sicurezza!”, “Tanto si è chiusi in casa in città, tanto nella casa delle vacanze, almeno qui c’è il mare o la montagna”, “Si fa bene a parlare quando si vive e si lavora nella propria regione, restare centinaia di km lontani dalla propria famiglia è impossibile in questo momento”. Com’è possibile che un singolo evento abbia attivato reazioni così diverse?
Proviamo per un attimo a fare un passo indietro, distaccandoci dalla situazione che stiamo vivendo.
Immaginiamoci una famiglia che programma da tempo una vacanza. Il giorno è finalmente arrivato. Le valigie sono chiuse, tutti sono pronti per partire. Ed ecco che all’improvviso arriva un forte temporale, fulmini, grandine, pioggia a dirotto. Le previsioni dicono che tali condizioni meteo persisteranno per i prossimi giorni. È impossibile mettersi in macchina con questo tempo, il rischio è troppo grande. I genitori a malincuore decidono di rinunciare alla vacanza, la posta in gioco è troppo alta. Spiegano ai loro 3 figli che la vacanza purtroppo è annullata e che dovranno rimanere a casa. I bambini rimangono spaesati, c’è silenzio nella stanza. Tutti i loro programmi svaniti in un attimo. Uno dei tre figli guarda i genitori e tra la malinconia e la paura accetta la decisione. È triste per non poter andare in vacanza, però allo stesso tempo è terrorizzato dal temporale e dal disobbedire ai genitori, così si adatta senza proferire parola. Un altro figlio invece inizia a borbottare, piange, poi si dispera e se la prende con i genitori perché non hanno organizzato bene le vacanze. Esce di casa, si mette sotto la pioggia dicendo ai genitori che sono solo gocce d’acqua. Il terzo figlio infine in un primo momento con i pugni chiusi sbatte i piedi a terra per la rabbia e con qualche lacrimone dice ai genitori che è triste che la vacanza sia saltata e che ha paura del temporale. Poco dopo però capisce il perché i genitori hanno deciso di rimanere a casa e così decide, aiutato da un pizzico di fantasia, di organizzare la sua vacanza in casa.
Da questa vignetta appena descritta ciò che emerge è che una stessa situazione ha evocato tre reazioni totalmente diverse. I tre figli sono stati colti da diverse emozioni tuttavia sembra che mentre i primi siano stati letteralmente sopraffatti dalle emozioni, reagendo con dei comportamenti che hanno inciso negativamente su di loro e sul resto della famiglia, il terzo ha sì manifestato le sue emozioni senza però lasciarsi soffocare da queste, decidendo di reagire alla situazione nella maniera più sana per lui e per gli altri.
Ora torniamo alla nostra situazione, a ciò che stiamo vivendo. È palese che il virus COVID-19 è entrato in maniera prepotente nelle nostre vite. Un agente esterno, sul quale al momento non abbiamo ancora il pieno controllo ci sta imponendo di modificare le nostre abitudine, i nostri piani e progetti a breve termine. Questo virus ci sta vietando l’aperitivo al bar, la partita di calcetto, il cinema con i nostri amici, la sbronza del sabato sera in discoteca, la messa della domenica mattina, il matrimonio tanto atteso, il compleanno in pizzeria, la vacanza da tempo prenotata. Ci ha fatto chiudere la nostra attività lavorativa, facendoci sprofondare nell’incertezza più profonda “cosa accadrà domani”. Questo virus è entrato nella nostra sfera relazionale costringendoci a stare lontani fisicamente dai nostri affetti. I più fortunati hanno ridotto il contatto fisico con familiari, fidanzati e amici; i meno vivono in totale isolamento. E quelli ancora meno fortunati di tutti purtroppo non hanno potuto neanche salutare i loro cari per un’ultima volta.
È totalmente normale che in questo clima di restrizioni, in cui ci è stato forzato un cambio delle nostre abitudini, ci sentiamo confusi, disorientati e frastornati da un miscuglio di emozioni come ad esempio la paura, la rabbia, la tristezza… alle quali spesso si associano sintomi fisici come mal di testa, disturbi gastro-intestinali, disturbi del sonno, etc. Ci troviamo ad affrontare una situazione che per molti di noi è totalmente nuova e siamo chiamati ad adattarci a una realtà che non ci appartiene dove probabilmente le richieste provenienti dall’esterno sono maggiori rispetto ai bisogni interni.
Ciò può attivare in ognuno di noi difficoltà che in alcuni casi diventano difficili da affrontare. Le diverse reazioni non sono altro che il frutto di un insieme di fattori genetici, temperamentali, familiari e sociali che sono intrecciati in modo unico in ognuna delle nostre storie personali. Ecco che allora una situazione nuova della quale non abbiamo esperienze pregresse, può attivare pattern di comportamenti, emozioni e pensieri, e dunque reazioni, che siamo abituati a utilizzare in altre circostanze. Così come i tre figli avevano manifestato tre differenti reazioni alla notizia che la vacanza saltava, lo stesso è accaduto a noi quando siamo stati investiti dalla notizia del COVID-19. Lo stesso evento ha richiamato in noi reazioni diverse: alcuni non riuscendo a “gestire” le emozioni si sono sovradattati alle situazione, vivendo in uno stato costante di ansia e terrore paralizzante; altri invece si sono ribellati reagendo d’istinto, di pancia al susseguirsi delle notizie; altri ancora hanno scelto di rispettare le nuove direttive, provando a organizzarsi nel nuovo spazio-temporale tenendo in conto delle richieste esterne e delle esigenze personali. La differenza di tali reazioni sembrerebbe essere correlata con il processo di autoregolazione, un processo che comprende aspetti cognitivi ed emotivi e che permette alla persona d’identificare, tollerare ed esprimere i propri stati interni cosi da essere consapevole delle proprie azioni. Nell’ultimo caso tale processo appare. Nell’ultimo caso sopra-descritto ciò che è accaduto è che i processi interni non sono stati agiti ma ascoltati ed espressi in maniera sana, permettendo così alla persona di adattarsi in maniera costruttiva alla situazione, trovando un equilibrio tra le richieste esterne e quelle interne.
Per quanto tutto ciò sia difficile, non dobbiamo dimenticarci che noi esseri umani siamo dotati della capacità di autodeterminazione: siamo responsabili delle nostre azioni e qualora queste non siano più funzionali alla situazione, abbiamo il potere di cambiarle.
Dunque cosa possiamo fare?
- Possiamo chiederci come mai sto sentendo queste emozioni. Come mai ho un bisogno costante di restare collegato ai siti d’informazione? O come mai non riesco a seguire le direttive vigenti?
- Possiamo accettare le emozioni che stiamo sentendo e, qualora volessimo, possiamo condividerle con le persone di cui ci fidiamo o con professionisti della salute mentale.
- Possiamo organizzare la giornata mantenendo il più possibile le nostre abitudini.
- Possiamo mangiare in modo sano e non ricorrere a alcol e sostanze stupefacenti per “gestire le emozioni”.
- Possiamo facilitare la convivenza costruire uno spazio nostro e combinarlo con uno spazio di condivisione con gli altri. Qualora ci fossero bambini in casa, organizzare turni in cui ognuno dei genitori può aver garantito un piccolo spazio personale.
- Possiamo scegliere un paio di momenti durante la giornata, possibilmente lontano dalle ore notturne, in cui informarci e scegliendo canali “ufficiali”.
- Possiamo guardare un film insieme o organizzare giochi di società.
- Possiamo riaprire quella vecchia agenda e chiamare quelle persone che non si ha mai tempo di sentire.
- Possiamo utilizzare la tecnologia per trasformare le distanza “fisiche” in vicinanza “emotiva”.
Navigando su internet sono rimasta colpita dall’immagine di un albero, nato nelle steppe a Yalligup, nell’Australia occidentale, che da secoli subisce la forza dei venti. Un albero che nonostante le condizioni climatiche è riuscito ad adattare la sua forma senza perdere le sue sembianze e mantenendo la sua folte chioma verde. Ecco in questo momento così complesso, in cui ogni giorno il virus sembra soffiare più forte, abbiamo il grande potere di scegliere se vogliamo diventare quell’albero che, nonostante tutto, riuscirà ad adattarsi a questa situazione scoprendo o riscoprendo cose che si erano perse nella frenesia della quotidianità. Possiamo scegliere di ascoltarci, stare con i nostri bisogni, le nostre emozioni, darle voce e condividerle con l’altro. Possiamo scegliere di dedicare tempo a noi stessi e all’altro.
Possiamo scegliere e possiamo farlo per noi.