Accogliere, conoscere e ascoltare il bambino che siamo stati – L’importanza del lavoro sul bambino interiore in terapia

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Bambino

Eric Berne, il padre dell’Analisi Transazionale, nel libro “Ciao!… E poi?” (“What Do You Say After You Say Hello?”, 1972), descrive il Bambino interno in termini di sfera emotiva, istintiva e creativa, derivante dalle esperienze vissute durante l’infanzia.
L’autore infatti ha creato una metafora per spiegare come funziona l’essere umano nella relazione con sé stesso e con gli altri proponendo il modello degli Stati dell’Io — Genitore, Adulto e Bambino — che rappresentano i tre modi principali in cui le persone pensano, sentono e si comportano in relazione a sé stessi e agli altri.

In quest’articolo mi piacerebbe dedicare maggiore attenzione allo stato dell’ Io Bambino partendo dall’assunto analitico transazionale che dentro ognuno di noi vive ancora il bambino che siamo stati, con i suoi bisogni, sogni e ferite: ascoltarlo significa incontrare la nostra parte più vera.
La terapia diventa uno spazio in cui si ha l’opportunità di guardare dentro di sé, di tornare a quel bambino che, nonostante sia cresciuto, porta con sé le cicatrici e le scelte fatte in risposta alle difficoltà vissute durante l’infanzia.

Quando un adulto entra in terapia, può succedere che, attraverso il lavoro terapeutico, emerga quella parte di sé che è stata “sepolta” nel tempo. In quel momento, si può percepire un bambino interiore che ha vissuto esperienze dolorose, che ha imparato a proteggersi con meccanismi di difesa, che ha costruito una versione di sé per affrontare il mondo. È come se quella persona, pur essendo adulta, a volte indossasse ancora il “travestimento” di chi è stato, cercando di far fronte a una realtà che può sembrare ancora troppo grande o incomprensibile, proprio come quel bambino lo viveva un tempo.

In terapia, è fondamentale andare oltre la sintomatologia apparente. Non basta fermarsi ai comportamenti e alle emozioni che emergono nell’adulto. È essenziale riconoscere che, dietro quelle reazioni, ci sono pezzi di storia che appartengono a un bambino che non ha avuto l’opportunità di esprimersi pienamente, di sentirsi visto o amato come avrebbe dovuto. Le ferite emotive, le paure e i traumi del passato possono continuare a influenzare le scelte e i comportamenti nell’adultità.

Per questo motivo, è cruciale accogliere l’adulto con una relazione empatica, che non si limiti a diagnosticare o etichettare, ma che rispetti e comprenda il profondo vissuto del bambino che è stato. L’adulto che si trova davanti al terapeuta non è mai solo un “adulto razionale”, ma porta dentro di sé anche il bambino che era, con le sue fragilità e necessità, con i suoi sogni e le sue paure.

L’obiettivo della terapia non è forzare un cambiamento immediato o dare soluzioni rapide, ma accompagnare l’adulto nel riconoscimento di quel bambino, permettendogli di esplorare e comprendere il copione di vita, ovvero quella decisione incosciente che ha preso in un determinato momento della sua vita per soppravivvere alle circostanze di vita in cui si trovava.  Solo attraverso una relazione terapeutica empatica e rispettosa si può offrire lo spazio affinché quel bambino venga preso per mano, accompagnato sulla poltrona di terapia per essere ascoltato, senza giudizio, e, possibilmente, aiutarlo a trovare nuovi modi per rielaborare il passato e costruire una vita più autentica e cosciente.
In questo percorso, il mio compito in qualità di terapeuta è costruire un ponte tra l’adulto e il bambino che è stato, aiutando a guarire le ferite del passato e a promuovere un’integrazione più profonda tra le diverse parti di sé.

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